I bambini imparano a vedere come impareranno a camminare.
Già nei primi momenti dopo la nascita, lo sguardo diviene per il neonato la prima forma di interazione e comunicazione
Molte solo le ricerche psicologiche e della medicina pediatrica che hanno confermato l’importanza dello sguardo sin dai primi mesi di vita del bambino: alcuni studi ad esempio confermano che già verso i tre mesi quando un bambino non viene guardato sorride di meno, altri invece evidenziano come nella fase di allattamento il neonato e la madre si guardino negli occhi, e come questo sguardo risulti carico di significati emotivi ed affettivi.
Per ciò che concerne l’effettiva capacità visiva, i piccoli devono aspettare la quarta settimana di vita per avere una visione abbastanza netta. L’apprendimento visivo si sviluppa nel corso dei primi due anni e continua fino ai 4-8 anni allorché il bimbo avrà la stessa visione di un adulto.
L’occhio rappresenta il canale primario di comunicazione. Il senso visivo fornisce al cervello il 90% delle informazioni sul mondo esterno e costituisce il principale veicolo dei rapporti sociali. Il bambino impara imitando, diventa consapevole delle azioni compiute con le sue mani e stringe il rapporto con i genitori attraverso il senso visivo. La visione non è innata e non resta uguale per tutta la vita ma si modifica nel corso della crescita. Al neonato non sempre è possibile toccare o gustare ciò che desta la sua attenzione e deve perciò accontentarsi di osservare. L’occhio è programmato per apprendere.
Proprio come accade per mamma papera e i pulcini, o se preferite, per leonessa e leoncino, anche i bambini guardano, osservano e…copiano. E chi è il fulcro della loro attenzione? Siete proprio voi genitori.
Si dovrebbe partire dal presupposto che i bambini ci guardano, sono attenti osservatori, e soprattutto comprendono le situazioni molto più di quanto non si creda. E copiano in fretta i comportamenti che hanno osservato, positivi o negativi che siano.
Si chiama apprendimento osservativo ed è una parte molto importante dell’apprendimento. Questo avviene attraverso l’osservazione del comportamento di un’altra persona, detta modello, sia in modo diretto che indiretto, per esempio attraverso la televisione.
Fino all’età adulta il genitore è fonte di esempi per il figlio: ovviamente finchè è piccolo questa influenza è maggiore ed un buon atteggiamento è sempre preferibile. Una precisazione: con “buon atteggiamento” o “esempio” non intendiamo dire che il bambino deve crescere in un ambiente totalmente privo di momenti difficili o negativi; è necessario che il bambino veda la realtà nelle sue varie sfaccettature, capisca anche che è possibile sbagliare e poi rimediare. Ricordiamoci che una sana frustrazione è fondamentale per una buona crescita, affinchè il bambino sappia reagire a momenti negativi che incontrerà lungo il cammino.
Ma la capacità di osservazione è fondamentale anche nei genitori, perché permette di rinunciare ad una propria idea stabilita a priori, riuscendo così a calibrare le proposte seguendo l’interesse e i bisogni dei bambini. I bambini, infatti, diventano molto attenti a ricercare le offerte che il semplice spazio offre, hanno un’esplorazione molto più accurata, si soffermano ad osservare i dettagli e di conseguenza sperimentano molteplici combinazioni, arrivando ad utilizzare in modi diversi e a trasformare ciò che hanno trovato.
Imprinting: Konrad Lorenz
Gli studi di Konrad Lorenz si concentrarono sulle piccole oche selvatiche e proprio osservando questi animali teorizzò l’Imprinting. Dopo le prime ore dalla schiusa delle uova, le oche sono programmate per considerare come madre (caregiver) colei che si è presa cura di loro in questo periodo sensibile. Questo riconoscimento porta alla ricerca della vicinanza e garantisce la sopravvivenza, ma è anche un modo per l’animale di riconoscere la propria specie di appartenenza e apprendere così gli schemi comportamentali tipici. Insomma, impara ad essere oca e non coniglio. La teoria si diffuse ad altre specie ed altri comportamenti oltre al riconoscimento materno.
Imprinting: il contributo all’attaccamento
La teoria dell’Imprinting è di grande importanza per la psicologia umana perchè ha costituito la base per lo sviluppo della teoria dell’Attaccamento. John Bowlby prese spunto proprio dalle osservazioni di Lorenz e dagli studi di Harlow sui piccoli delle scimmie che preferivano un fantoccio morbido e peloso ad uno meccanico, ma provvisto di un biberon pieno di latte. Anche per gli esseri umani esiste quindi un meccanismo di apprendimento che sostiene il riconoscimento della madre come colei che offre protezione e amorevoli cure e che si sviluppa in un periodo preciso dello sviluppo che chiamò: attaccamento.

